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Ermeneutica del laconico Malvino


Diario


11 marzo 2007

MALVINO, LO SAI CHE PUZZI (DI MORTO DENTRO)?

Da http://topgonzo.ilcannocchiale.it:
Spesso siamo accusati di fare gli spiritosi su questioni che meriterebbero maggiore rispetto. Adesso tirate il fiato e leggete questo recente pezzo del Dr. Malvone, che qui riportiamo con un carattere il più possibile consono alla di lui piccineria.

Dal sito web dell’Avvenire (10.3.2007) prendo questa notizia: “Nella parrocchia di Sant’Antonio di Padova a Bologna si è svolto il funerale di Maria Salvatore, morto a 17 settimane dal concepimento per un aborto volontario il 9 febbraio”. Numerose le mie perplessità: d’ordine teologico, sia chiaro. Per poter avere un funerale religioso il feto doveva essere stato battezzato, e ancora vivo: mai sentito parlare di battesimi post mortem, ma può darsi sia per mia ignoranza, nel qual caso sarei grato a chiunque del gregge (non ha importanza se pecora o pastore) volesse delucidare. In attesa, do per scontato che il feto sia stato battezzato vivo; devo dare per scontato pure, quindi, che all’espulsione dall’utero sia sopravvissuto almeno il tanto da permettere la cosa; devo dare per scontato, altresì, che al momento dell’espulsione del feto ci fosse un sacerdote o chi abitualmente è legittimato a battezzare, anche se laico.  Anche qui, perplessità su perplessità. Se è stato abortito volontariamente a 17 settimane, poteva esserlo solo ai sensi dell’art. 6 della legge 194/1978 [L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: (a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; (b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna]. Può essersi trattato solo di una gravida che, in pericolo di vita, abbia deciso di sacrificare il feto o di un feto malformato che minaccia salute fisica o psichica della gravida: situazioni nelle quali una gravida cattolica comunque non decide l’aborto, si tiene il feto ché poi la beatificano.
Obiezione: può aver, prima, deciso di abortire e, dopo, essersene pentita? Quanto tempo dopo l’espulsione del feto? Un tempo certamente inferiore a quella sua sopravvivenza: può essere bastato per trovare un sacerdote o un laico legittimato a battezzare il feto, visto che il tutto dev’essere accaduto in un luogo dove dovrebbe essere difficile trovare un cattolico?
No, io penso che non debba essere stata la donna a volere il battesimo. Il padre, allora? Può darsi, ma in tal caso è davvero strano che la cosa sia stata liquidata in due righe di cronaca senza montarci sopra la solita polemica sui diritti del padre sul feto.
Mi pare di poter concludere che delle due una: o il feto è stato battezzato senza il consenso dei genitori o i funerali religiosi sono stati fatti al cadavere di non battezzato. Entrambe le cose mi paiono gravissime, ma – come dicevo all’inizio – in ordine a ragioni di coerenza nell’ambito teologico e dottrinario.
E poi: i funerali sono stati celebrati in presenza di una piccola bara contenente il feto? Se sì, quali leggi consentono di disporre liberamente di un feto abortito? Se no, perché solo un mese dopo?
Domande che ho come il presentimento non debbano aver risposta.

commento di  
xxxxxx (su topgonzo) il 11/03/2007 16.25.13
Fa vomitare. Oltretutto, nella sua crassa ignoranza e nella sua presunzione di sproloquiare su tutto, ignora che qualunque essere umano, anche non cristiano è legittimato a battezzare.




permalink | inviato da il 11/3/2007 alle 17:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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